Questa installazione si propone come un insieme di quesiti a cui ciascuno di noi deve poter rispondere secondo il suo libero sentire ed immaginare, in una concezione dell’arte intesa come strumento conoscitivo e stimolo vitale alla riflessione (per cui la provocazione è considerata elemento fondamentale).
Si tratta, essenzialmente, di un ipotetico fotogramma che potrebbe collocarsi tra la scena finale di “2001: Odissea nello Spazio” di S. Kubrik e l’inizio della saga di “Matrix”.
Tra lo Starchild e Neo, insomma, tenendo presenti "Howl" di Allen Ginsberg, la teoria della Singolarità Tecnologica e le dicotomie complementari Totalitarismo/Libertà-Ideologia/Idea.
Un messaggio di speranza, espresso attraverso/nonostante una critica radicale portata nei confronti di quella che Neupaul Palen ha definito una “Second Matrix”, cioè un luogo di mera riproduzione di meccanismi sociali, di vacue controfigure, un videogioco per adulti più che una nuova e, soprattutto, diversa modalità dell’essere.
Il quadro di Courbert “L’Origine du Monde”, le cui vicissitudini sono assai note (dipinto dal pittore francese nel 1866 e mai esposto in un pubblico sino al 1988 a causa del suo realismo sconcertante che fu etichettato come pornografia) diviene, in quest’ottica, una sorta di "albero della vita" attraverso il quale rappresentare una auspicata rivincita dell'uomo/idea sulla tecnologia/ideologia.
L’Origine di un Nuovo Mondo, per l’appunto.
Il post-umano inteso non semplicemente in base a coordinate spazio-temporali ma, soprattutto, come ridefinizione attraverso i sempre più forti processi di virtualizzazione che caratterizzano la nostra esistenza.
Il computer/corpo, con il suo monitor/vagina (d’altronde non è attraverso gli schermi/membrana che la nostra società della comunicazione si feconda e si contamina?), può essere, quindi, il tramite attraverso il quale generare l’uomo che oltrepassa se stesso nella consapevolezza della rappresentazione ininterrotta, nell’osservazione costante dei sé (nel rapporto con i nuovi media interattivi) e delle “maschere sociali”.
Come per il quadro di Courbet, si ritiene decisivo riproporre, in questo senso ed in modo decisivo, il problema dello sguardo.
Fondamentale per la realizzazione di questa opera il contributo della scultrice Laura Petta, già frequentatrice della “bottega” del noto artista Nicola Zamboni.
SuSy SpEcChi?