"
Non so come si può spiegare che le cose accadono perché a volte devono accadere e...i Sex Pistols dovevano esistere e sono esistiti" (Frase con cui inizia il film
The Filth and the Fury, 2000, regia di Julien Temple)
Il contesto storico/sociale nel quale esplose la scintilla era quello di una nazione che, dalla fine della seconda Guerra Mondiale, stava vivendo un progressivo disfacimento dei propri secolari valori.
Un paese che aveva vinto entrambi i conflitti mondiali; la cui strenua resistenza, invero la sola opposta in Europa, alla follia nazista risultò basilare per la futura vittoria degli Alleati; che era stato per circa tre secoli un impero vasto e sconfinato, la prima superpotenza mondiale (basti pensare che, nel 1921, si estendeva per ben 36 milioni di kmq pari a circa il 40% delle terre abitabili).
Il secondo dopoguerra segnò, tuttavia, la definitiva consacrazione degli
U.S.A. come
Nuovo Impero Occidentale sullo scenario mondiale e si materializzò così una beffa storica: le “ex-colonie” avviarono la loro definitiva colonizzazione del mondo, sulla base dei loro valori politici, sociali e culturali.
Fu una beffa difficile da digerire per il comune e radicato sentire britannico; in fondo si trattava pur sempre delle ex-colonie inglesi.
La Gran Bretagna del 1945 era un paese a pezzi, da ricostruire, ed iniziò, gradualmente, l’uscita dall’impero.
Il suo peso sullo scacchiere mondiale diminuiva a vista d’occhio. La
crisi di Suez nel 1956 rappresentò, per gli inglesi, un’amara presa di coscienza dell’effettività della mutazione dei rapporti di forza. Furono infatti gli U.S.A. che, sconfessando l’alleato, risolsero la controversia internazionale.
Il governo laburista post-bellico (gabinetto Attlee 1945-1951) avviò una politica interna tesa alla creazione di un Welfare State che doveva servire come ammortizzatore sociale nel processo di rinascita economico-sociale.
Questa politica di nazionalizzazioni e ridistribuzione del reddito fu poi continuata anche dai successivi governi tory (che reggeranno il paese dal 1951 al 1964).
Negli anni sessanta anche la Gran Bretagna, al pari di altri paesi europei, conobbe un dirompente boom economico.
La
Swinging London divenne un punto di riferimento per la cultura mondiale soprattutto musicale e visiva: i Beatles ed il negozio “Bazaar” aperto dalla stilista Mary Quant colpirono, accendendolo, l’immaginario di un’intera generazione.
Ma il malessere latente della
working class (si veda il fenomeno denominato “
giovani arrabbiati” degli anni cinquanta, rappresentato dal teatro di
John Osborne, e la crisi della classe operaia descritta nel romanzo di
Alan Sillitoe Sabato sera, domenica mattina del 1958) era pronto ad esplodere alle prime avvisaglie di crisi economica.
Infatti, la recessione della fine degli anni sessanta (intrecciata con i movimenti pacifisti e libertari) portò all’esplosione della contestazione anche in Gran Bretagna, esattamente come nel resto del mondo occidentale.
Per fronteggiare le difficoltà, i successivi governi laburisti (alla guida del paese dal 1964 al 1970 e dal 1974 al 1979) attuarono una politica economica di rigore che migliorò, rafforzandolo, lo stato sociale.
Ma
la crisi petrolifera del 1973 e la conseguente necessità di instaurare politiche di austerità fu, per tutto l’occidente industrializzato, un risvegliarsi definitivamente dai sogni degli anni sessanta.
La working class dovette affrontare un processo di dis-identificazione e di graduale perdita della marxiana coscienza di classe; i valori socialisti erano sempre più messi in discussione dalle stesse masse proletarie.
Il
XX Congresso del PCUS del 1956, la repressione (nel novembre dello stesso anno) della rivolta ungherese e quella della Primavera di Praga del 1964, ingenerarono un processo di profonda disillusione proprio nel momento in cui iniziava il passaggio verso l’epoca post-industriale: il
computer stava per irrompere nei processi produttivi, oltre che nella quotidianità di tutti noi.
La divisione del mondo in blocchi, che aveva retto saldamente per 30 anni, iniziava a mostrare delle crepe.
A metà degli anni settanta la Gran Bretagna conobbe un numero di disoccupati vicino al milione (destinato, poi, a raggiungere quota 1.635.800 nell’anno 1977), il tasso di inflazione superava il 24%, il sussidio era spesso l’unica fonte di reddito.
Nel 1973 i minatori iniziarono un lungo sciopero che l’anno successivo, assieme a quello di altre categorie, portò il paese quasi al collasso.
Il governo tory di Heath dovette proclamare lo stato di emergenza e, infine, dimettersi. Il laburista Wilson (già primo ministro dal 1964 al 1970) tornò a Downing Street con una maggioranza che poteva contare su appena quattro seggi in più dei conservatori.
La situazione in
Irlanda del Nord si faceva sempre più violenta: dai 13 morti, a Derry nella “domenica sanguinosa”, del 30 gennaio 1972 alla bomba nel pub di Birmingham, che uccise 21 persone, nel novembre 1974.
Contestualmente, il
National Front, movimento di estrazione neonazista, stava diventando una forza con cui fare i conti. L’11 febbraio 1975
Margaret Thatcher, (la futura Lady di Ferro secondo la quale "
non esiste la società, esistono gli individui e le famiglie") fu eletta leader del partito conservatore.
Questa era la situazione politica, economica e sociale nella quale
Malcom McLaren aveva aperto, insieme alla compagna e stilista
Vivienne Westwood, un negozio di abbigliamento in King’s Road, rinomata via della moda londinese. Malcom aveva frequentato spesso New York nei primi anni settanta ed era rimasto molto colpito dalla vitalità della locale scena rock.
Conseguentemente, ebbe l’idea di dar vita ad un gruppo di rock che potesse essere una sorta di trasposizione inglese delle New York Dolls (delle quali era stato manager poco prima che la band si sciogliesse) e Richard Hell & the Voidoids:
the Sex Pistols.
Dei legami di Malcom McLaren con
King Mob, e quindi con il
Situazionismo, hanno disquisito a sufficienza Greil Marcus e Jon Savage.
Illuminante pare, però, quanto scrive Steve Home ripercorrendo causticamente i sentieri di Marcus: King Mob, infatti, fu presto disconosciuto dal
Movimento Situazionista.
Home afferma con decisione (e con la credibilità di chi era stato proprio un giovane punk all’epoca) che i giovani punk nulla sapevano di situazionismo ed avanguardie artistiche.
"
L’IS era e voleva essere avanguardia, mentre le correnti più irregolari della controcultura sixties che avrebbero nutrito il PUNK scaturivano da un underground meno settario e allo stesso tempo meno rigoroso nell’elaborazione teorica. (...) Questa accessibilità permise all’umore della loro (del gruppo Black Mask, N.d.R.) azione politica di trasmettersi con facilità alla Blank Generation, mentre l’intellettualismo dei situazionisti era completamente estraneo ai teenager inglesi medi degli anni Settanta"
(Stewart Home,
Marci, sporchi e imbecilli. Attraverso la rivolta punk, p. 25)
Non si può non concordare con lui: il Punk, infatti, fu essenzialmente, una ribellione generazionale, causata da variabili economiche e socio-politiche, che assunse il carattere precipuo di una
rivolta estetica (principalmente nell’ambito del linguaggio giovanile per eccellenza: il rock’n’roll).
Il “
No Future” fu il grido di disperazione di una “generazione vuota”, priva di qualsiasi ideologia consolatrice (l’immagine del passeggino in fiamme per le strade di
Jubilee (1978) di Derek Jarman costituisce, a questo proposito, una metafora perfetta).
Altro sarebbe accaduto successivamente, nel periodo che fu definito post-punk, cioè dopo il 1978.
In ogni caso, è proprio ciò che Malcom McLaren mette in piedi, cioè un chiaro attacco all’industria culturale (alla “Società dello Spettacolo”, per dirla alla
Debord) ma in forza di un interesse economico decisamente personale (si tratta pur sempre un manager di un gruppo musicale, impegnato ad ottenere i massimi ricavi possibili dalla sua attività), che lo allontana, di fatto, da qualunque velleità puramente filosofico-situazionista.
L’autore anonimo (probabilmente un attivista degli anni sessanta) dell’opuscolo
The end of music (1982) attaccò Malcom McLaren per aver utilizzato il situazionismo ai fini di una radicalizzazione del rock invece che per la sua distruzione "
la musica punk, come tutta l’arte, è la negazione del divenire rivoluzionario del proletariato"; l’ennesimo oppio del popolo, insomma.
McLaren, nell’ottica di questo autore anonimo, ne aveva diffuso ancora dell’altro.
Paolo Palmacci